22 luglio 2009

Boom.

Il popolo di Bruce è un popolo colorato e assortito.
Mi metto a registrare mentalmente tutti i gruppi che vedo scritte sulle magliette di quella piccola parte di una moltitudine grande 30000 persone che posso osservare dal mio angolino vicino alla seconda transenna.
Il popolo di Bruce è fatto di persone che potrebbero essere abbondantemente i miei genitori, mischiate a potenziali fratelli maggiori, coetanei e fratelli minori.
Nell'attesa vedo bambini che giocano al nintendo, una ragazza col pancione, altri che giocano a pallone nel prato plastificato (per l'occasione) dell'olimpico.

L'attesa per Bruce è diversa rispetto a quelle a cui ero abituata, sarà che ancora non è buio, ma sono tutti sereni, e nonostante ti accorgi che adesso lo stadio è pienissimo, non ti senti quella tensione alle spalle che ti dà l'idea che dì lì a poco dovrai ancorarti alla transenna se non vuoi essere trascinato dalla massa, l'aria è tranquilla, tutti sono tranquilli.

Bruce ha l'età di mio padre. Bruce arriva, saluta in piemontese (ma questo l'ho saputo dopo) e inizia un'assurdità di concerto lungo 3 ore, in cui non ci fa respirare un attimo.
Corre da una parte all'altra, percorrendo tutto il palco, che è lungo quanto il lato corto dello stadio, si butta tra la folla, facendosi abbracciare, si fa strappare la maglietta. Balla sul palco con una bambina, fa cantare un'altra bambina al microfono, mi commuove.
Immagino che Bruce viva per il suo pubblico, che non si stanchi mai, che ogni volta che suona una canzone anche vecchia di 30 anni, la vive come se fosse la prima volta che la suona.
Spettacolare nella sua energia, nel suo rock senza età, commovente nella sua voce rauca e avvolgente.

Torno a casa che è mezzanotte passata, pensando che Bruce è un mostro assurdo, che sono più stanca di lui, e ancora me lo vedo sorridente a cambiare chitarra e ripartire con un'altra canzone. Forse ho anche capito perché lo chiamano The Boss.